L'Europa si candida al ruolo di locomotiva mondiale se l'america langue

by redazione 15. ottobre 2003 16:18

di Giovanni COSSIGA 
Pubblicato su Il Punto Economico il 15 ottobre 2003

La situazione dell’economia mondiale sembra ripetere, per una singolare coincidenza, lo stato d’incertezza che si respirava alla fine della prima guerra con l’Iraq. Anche allora gli addetti ai lavori guardavano agli indicatori macroeconomici dell’economia USA, per l’effetto di traino che la ripresa oltreoceano avrebbe prodotto, in particolare su Asia ed Europa. Capo della maggiore potenza mondiale era Bush padre, e la debolezza dell’economia in lenta uscita dalla recessione degli anni 1991 preoccupava la Casa Bianca in vista delle elezioni presidenziali. Lo stallo dell’economia USA decretò la disfatta elettorale di Bush padre e la vittoria di Clinton il quale, negli otto anni successivi del suo mandato, vide la massima economia divenire la potente locomotiva di un lungo ciclo favorevole per l’intero mondo. Ebbene, nei primi anni novanta, l’incertezza della ripresa dominava il dibattito, e gli occhi erano puntati sugli spiragli offerti dai dati economici dell’economia USA. Ieri come oggi, si cercava di comprendere le ragioni del ritardo della recovery sebbene tutti gli ingredienti ci fossero per un avvio consistente e duraturo della crescita. Non è quindi una novità lo stato di disagio che coglie, governi imprese e famiglie, quando l’attesa della ripresa economica si prolunga e sul capezzale si affollano gli specialisti per il check up del malato. È tuttavia singolare che la storia si ripeta e che nello scenario attuale ricompaiono la guerra all’Iraq, la seconda questa volta, la crisi USA e mondiale, e ancora un Bush, figlio, a capo della maggiore economia. Ci si può domandare se, dati gli elementi comuni dello scenario che legano gli eventi di dieci anni fa ad oggi, possiamo attenderci che il torpore dell’odierna ripresa possa, come allora, preannunciare un nuovo periodo di crescita robusta e duratura che si estenda dagli Stati Uniti all’Europa e a tutti i continenti.

V’è da dire subito che anche oggi vi sono le condizioni per una ripresa. La lunga congiuntura degli anni novanta ha consentito, anzi, di migliorare lo stato di salute dell’economia mondiale, come si rileva dal calo storico dell’inflazione, che in misura diversa sta contagiando ormai tutti i continenti, e dagli indubbi successi della finanza pubblica che ha mosso passi vanti sulla strada impervia del risanamento. Nihil novi sub sole, dunque. Il problema non è quindi se ci sarà la ripresa, ma se sarà robusta e duratura. E ce n’è bisogno, perché la globalizzazione sta mettendo in crisi, in Europa ed in America, i modelli di Welfare, nati in epoca diversa nel presupposto di un’economia in costante crescita e dell’invarianza per le condizioni demografiche, ed un nuovo ciclo fornirà la spinta necessaria alle riforme. Altro problema importante, è il ruolo del Vecchio continente nel processo di sviluppo che si sta aprendo con difficoltà nel clima del dopoguerra e delle non risolte incertezze internazionali. Per cercare una risposta a questi interrogativi guardiamo intanto al comportamento del dollaro e delle Borse. La moneta americana, dopo la rapida discesa nei confronti dell’euro, è tornata in salute recuperando una posizione di maggiore equilibrio nell’empireo delle principali valute mondiali. E’ possibile che il recupero prosegua per avvicinarsi alla parità con l’euro, nei prossimi mesi.
 

La forza del biglietto verde si accompagna sempre con la rinnovata forza dell’economia oltreoceano, e fa ritenere prossima l’attesa recovery in suolo americano. Sulla stessa lunghezza d’onda si muovono le Borse americane che nei mesi scorsi hanno mostrato voglia di salire. In particolare il Nasdaq, il listino dei titoli tecnologici, che ha dato l’avvio con lo scoppio della bolla delle quotazioni alla crisi del 2001, è salito di circa il 40% rispetto ai minimi dello scorso anno, dando la sensazione che il ciclo riprenderà da dove è iniziata la crisi, dal comparto tecnologico. In verità, questo piccolo incendio potrebbe rivelarsi un fuoco di paglia. I dati recenti dell’economia USA non accreditano un rimbalzo a breve. L’economia USA continua ad inghiottire posti di lavoro, quasi tre milioni di lavoratori sono stati travolti dal marzo del 2001, quando l’economia americana è entrata in recessione. Sono saliti così al 6,4% i disoccupati nel mese di maggio, e si stima che alla fine dell’anno si arriverà a quota 6,6%. La perdita di posti di lavoro è legata strettamente alla forte produttività nel settore industriale, che rappresenta un poderoso apporto per la competizione e l’innovazione in campo USA. Resta l’incognita degli effetti che la caduta di prospettive nel mercato del lavoro può produrre sui consumi, che in questi anni di crisi sono stati il supporto che hanno evitato la caduta in una profonda recessione dell’economia oltre Atlantico. Come dire che la produttività in impaziente crescita crea le condizioni per una crescita nel medio periodo, ma intanto peggiora le prospettive a breve.

C’è poi il delicato tema della crescente posizione debitoria USA nei confronti dell’estero. Il debito estero ha raggiunto i 2.600 miliardi di dollari, pari al 25% del prodotto interno lordo e che alla fine dell’anno toccherà i 3.000 miliardi, pari al 30% del pil. Questa montagna di debiti, in teoria, è un’insuperabile barriera per un rialzo stabile del dollaro, che consiglia di guardare con distacco alla buona performance a breve del dollaro, che dopo la “correzione” è destinato di nuovo ad indebolirsi. Infine, ci si domanda quale sarà la reazione dell’economia oltreoceano all’iniezione di denaro pubblico di 370 miliardi di dollari, in termini di sgravi fiscali alle imprese e alle famiglie, messa in campo dall’amministrazione Bush per far ripartire la congiuntura. Il primo pacchetto fiscale deciso dopo l’11 settembre ha dato luogo ad una fiammata nel primo trimestre del 2002, che ha toccato il 5%, per poi per gradi spegnersi nei trimestri successivi. Anche per questo secondo intervento di sostegno del bilancio pubblico avremo la stessa reazione, subito incandescente per poi esaurirsi? Insomma, le ipotesi possibili sull’evoluzione dell’economia americana sono due. Il ciclo americano riprende e metabolizza i fattori critici, dalla disoccupazione al debito estero crescente. Seconda ipotesi, i fattori di crisi prevalgono e si allontanano i tempi di una ripresa duratura. In questo secondo caso, il locomotore americano potrebbe, a sua volta, divenire vagone del convoglio mondiale e il ruolo di guida economica toccare al Vecchio continente. Non è un’ipotesi improbabile che la ripresa cominci in Europa, per poi allargarsi al mondo intero. Potrebbe infatti aver ragione Duisenberg che, nella conferenza stampa dopo la riunione della Bce che ha lasciato immutati i tassi, ha affermato: “gli indici di sfiducia potrebbero aver toccato il fondo e l’ottimismo potrebbe ritornare”. In Europa, nei prossimi mesi.


Giovanni Cossiga
 

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Economia Europea

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