L’Italia in affanno mentre la ripresa mondiale è da record

by redazione 20. ottobre 2004 12:31

di Giovanni COSSIGA
- Punto Economico del 20 ottobre 2004 -

 

Per il Fondo monetario internazionale, la ripresa mondiale nel 2004 sarà al 5%, il ritmo più alto nell’ultimo trentennio. E, l’Italia si scopre improvvisamente ad inseguire in affanno, con una crescita di poco superiore al 1%, un mondo dell’economia in grand’effervescenza, con USA e Giappone che cresceranno del 4,5% ed Cina ed India del 7%. Anche, i cugini d’oltralpe puntano ad un aumento del Pil di circa il 3%, tallonati dall’Inghilterra che pure si muove in sincronia con la forza delle nuove locomotive dell’economia mondiale.
La debolezza dell’economia del Belpaese, che dura ormai dagli anni novanta, è divenuta ormai una componente mesta dell’immagine dell’Italia, con il suo seguito di problemi di difficile soluzione, dalla diminuzione del potere d’acquisto delle famiglie, al crescente peso sui redditi reali in calo della pressione fiscale, al basso livello dell’occupazione, alle difficoltà che i giovani incontrano all’ingresso nel mondo del lavoro, all’incertezza delle famiglie. Il fatto nuovo che scopre il Fondo monetario internazionale, con la pubblicazione del “World economic outlook”, è che l’Italia resta al palo, impaniata in una debolezza strutturale, anche quando l’economia mondiale si muove a passi di record sulla via della ripresa. Questo è un campanello d’allarme per alcuni importanti motivi. Non appare vera, da questo bagno nella realtà attuale descritta dal Fondo, che la fragilità del nostro paese sia una conseguenza del travaglio che l’economia americana e mondiale ha manifestato negli scorsi anni. Il malessere italiano non passa, anche quando le frontiere della crescita mondiale si riaprono con forza. Le terapie che il paese sta mettendo in atto per rilanciare la propria immagine e l’economia, restano ancora  sostanzialmente impari allo scopo di agganciare la ripresa mondiale. In questo quadro complesso, tuttavia, non tutto è buio, anzi lo stile creativo e l’audacia innovativa che hanno caratterizzato a lungo il made in Italy non è inaridito, come confermano le straordinarie imprese delle Ferrari e la nuova avventura della moda italiana nel mondo.
Il panorama italiano dunque resta non ancora completamente decifrabile, con i suoi aspetti di eccellenza e i suoi lati oscuri di debolezze strutturali e ritardi nella partecipazione al coro comune della crescita mondiale. L’Italia ha dunque una doppia faccia, che vede purtroppo la faccia oscura delle debolezze strutturali e delle incertezze prevalere sull’Italia delle eccellenze, portatrice di fascino e di sogni alla fucina della ripresa mondiale. Non c’è dubbio ora che il campanello d’allarme di questa inquietante prevalenza del mediocre sul bello è suonato senza possibilità di equivoci quando l’euro ha fatto la sua comparsa sui mercati. La progressiva caduta del potere di acquisto delle famiglie sotto i colpi del caro spesa non può esser bandita come il risultato di una violenta divaricazione tra inflazione reale ed inflazione percepita dalle famiglie. Il fenomeno dell’aumento non giustificato con il changeover della lira all’euro, alla luce delle perduranti difficoltà italiane, può essere letto solo in chiave di speculazione che pure certamente c’è stata, ma soprattutto di sofferenza di una parte consistente dell’industria e della distribuzione nazionale, che stentano a far quadrare i costi con i ricavi che sono statici o scendono nell’area dei beni di consumo. In altre parole, i settori industriali e del commercio, poco esposti alla concorrenza, hanno approfittato del momento di difficoltà nel valutare i nuovi prezzi espressi in euro, per recuperare risorse ed alleggerire la situazione finanziaria, pesante per gli ritardi storici nella riorganizzazione normativa, per la frammentazione aziendale e la relativa fragilità finanziaria. Una manovra quasi suicida in realtà, perché l’inevitabile risposta delle famiglie alle prese con il calo del potere d’acquisto è stata la riduzione dei consumi per allineare redditi in calo con prezzi in aumento.
Secondo questa lettura, la caduta del potere d’acquisto delle famiglie è da considerare la conseguenza della fragilità finanziaria ed organizzativa di parti consistenti del panorama produttivo italiano, a sua volta legata alla scarsa flessibilità del mercato del lavoro, alla dimensione delle imprese e alla struttura poco comprimibile dei costi. In altre parole, i difetti dell’apparato produttivo e distributivo italiano risiedono nell’enorme rete di legislazione protettiva, che ha ridotto la complessiva capacità competitiva del paese, attenuato o rinviato l’impegno per aumentare l’efficienza, ridurre i costi, adeguare l’organizzazione al nuovo assetto mondiale e accelerare sul terreno della qualità.  Come dire che l’orizzonte ancora poco luminoso dell’incerta ripresa italiana è legata a fattori strutturali, che sono certamente di non facile soluzione, e cosa preoccupante, i progressi che si sono fatti per attenuare questi squilibri restano, allo stato dei fatti, ancora insoddisfacenti per ridare slancio ai consumi interni ed all’export.
Il problema italiano è poi appesantito da una circostanza, certo non positiva, che ci distingue dagli altri paesi dell’Euro. L’enorme fardello di debito pubblico che il Belpaese si porta dietro e che è un macigno che ritarda la ripresa dell’economia. In sostanza, i chiaroscuri di carattere strutturale monetario ed organizzativo, che l’Italia ha sofferto negli anni ottanta e novanta, sono stati tamponati all’epoca con massicce dosi di spesa pubblica finanziata in disavanzo, che hanno accumulato un enorme carico di debito. Quest’enorme debito, pari al 106 % del prodotto interno lordo, crea un esborso in conto interessi, pari all’insieme delle spese che lo Stato spende per i propri dipendenti, che spiazza le spese per gli investimenti e rende rigida la manovra di bilancio. Inoltre, ha un effetto perverso perché provoca un inesorabile trascinamento di denaro dai ceti più modesti e dai ceti medi a quelli più ricchi, ai quali affluiscono le ingenti di risorse finanziarie pagate per il servizio del debito. Si verifica quindi una duplice emergenza che colpisce il potere di acquisto delle famiglie, il caro-euro e la dimensione del debito pubblico, che sono entrambe figlie degli anni delle cicale, tamponati con la prodigalità della spesa pubblica di cui oggi paghiamo le conseguenze.

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Economia Globale

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