di Giovanni Cossiga
- Pubblicato su Il Punto Economico il 30 aprile 2006 -
L’uscita di Greenspan alla fine dello scorso mese di gennaio è l’epilogo naturale della lunga permanenza, 18 anni, passati alla presidenza della massima autorità monetaria mondiale, anche se il pensionamento del timoniere della finanza mondiale crea comprensibili apprensioni. Tuttavia, la successione a Capo della Federal Reserve di un accademico di incontrastata autorità, Bernanke, ex membro del Board dei Governatori della Fed, è stata salutata da molti consensi. Ed ora si attende di sapere se l’era Bernanke sarà diversa e quanto diversa all’era che è da poco conclusa. A parte l’incertezza che si accompagna all’uscita di Greenspan, l’avvicendamento al vertice della Banca centrale americana è però qualcosa di più che un cambio generazionale, perché contrassegna anche un passaggio epocale, dall’era dell’inflazione diffusa su scala mondiale, che si è conclusa con la fine del diciannovesimo secolo, e la nuova epoca che sta iniziando della deflazione strisciante innescata dall’inesorabile avanzata del “low cost”.
Nei diciotto anni, durante i quali Greenspan ha tenuto saldamente in mano le fila complesse e disordinate dello sviluppo mondiale, l’America - da Bush padre, a Clinton, fino all’attuale Presidente – ha potuto godere di un lungo periodo di crescita interrotta solo da due recessioni di limitata intensità, con una crescita del prodotto lordo che si attesta al 3% medio annuo. Un’accelerazione dello sviluppo USA che è da attribuire almeno in parte alla coraggiosa e lungimirante politica monetaria che Greenspan ha diretto con una autorevolezza riconosciuta e che lo colloca di diritto nell’empireo dei migliori presidenti della Federal Reserve.
Forse per un segno del destino, l’uscente Greenspan nell’ultima seduta del Board della Fed del 31 gennaio scorso ha suggellato con il 14° aumento il moto accedente dei tassi USA, che dal minimo storico dell’1% hanno così raggiunto quota 4,5%; una decisione che si muove nel solco del trend disegnato dai tassi americani nei 18 anni precedenti (44 aumenti e 48 diminuzioni), e che secondo molti analisti, potrebbe segnare ormai la fine della curva ascendente dei costo del denaro.
Anche gli scettici sull’evoluzione futura del costo del denaro, d’altra parte, ritengono che la corsa dei tassi potrebbe essere ormai quasi al traguardo e che l’ulteriore possibile salita non porterà il costo del denaro oltreoceano oltre il 5%, traguardo che dovrebbe essere raggiunto nel corso dell’anno e sancire l’ingresso in una nuova fase della politica monetaria americana e mondiale.
In altri termini, dopo il minuetto di rialzi e ribassi anche mozzafiato, ai quali ci aveva abituato il grande timoniere della finanza mondiale per trascinare l’economia fuori delle secche dell’inflazione, senza togliere energia alla crescita economica, la nuova stagione che si prepara può essere diversa. Per i prossimi anni la politica monetaria si muoverà all’insegna di una maggiore sobrietà dei tassi sulle due sponde dell’Atlantico.
A parte quindi il fattore età, la decisione del 79enne Greenspan di lasciare il timone della Fed può essere anche dovuta alla percezione che l’epoca Greenspan è finita, perché sono venute meno nell’orizzonte economico domestico e mondiale le condizioni che quella politica monetaria hanno saggiamente regolato.
Insomma, nel mondo attuale i grandi paesi emergenti, Cina ed India, impongono come misura irrevocabile il “low cost”, per cui il controllo e la riduzione dei costi e dei prezzi diviene la pietra filosofale dello sviluppo economico possibile nei paesi dell’Occidente. Per questo nuovo credo filosofico, centrato non più sulla crescita dei salari e delle rendite per sostenere l’economia, ma sulla stasi o discesa dei prezzi che frena la dinamica dei redditi individuali senza incidere sulla crescita dei consumi, l’inflazione è un male intollerabile.
In questo quadro mondiale in movimento, la ricetta per il controllo dell’inflazione con la manovra dei tassi va in soffitto, come le vecchie cose ormai desuete. In altre parole, è palese che debbono cambiare gli strumenti d’intervento della politica monetaria, se la lotta si sposta dall’eterno scontro tra il bene della stabilità monetaria e il male dell’inflazione alla lotta per mantenere stabili i prezzi sospinti in basso da una strisciante deflazione.
L’America, e anche l’Europa, mostra una tendenza statica dell’inflazione cosiddetta “core”, al netto cioè dell’energia e prodotti alimentari, che conferma che i fattori volatili e prima di tutto il petrolio che ha fiorato i 70 dollari il barile, non riescono a intaccare questa sostanziale calma. Il caso italiano sfugge purtroppo a questa logica, perché lo scarso clima competitivo e i troppi settori protetti finiscono per porre il paese ai margini del cambiamento e della crescita mondiale.
Insomma, l’inflazione del secolo scorso sarebbe un mostro in fin di vita. In questo scenario economico mondiale in cambiamento, è abbastanza curioso che l’accademico Bernanke sostenga che nel mondo si sta determinando un “global saving glut”, un’indigestione di risparmio mondiale, un eccesso di liquidità che è un buon argomento per ridurre la responsabilità dell’America quale responsabile di grandi squilibri, accumulando deficit gemelli nelle partite correnti e nella finanza pubblica. Ma anche suggerisce che il cambiamento in atto tra i blocchi continenti, sul fronte monetario si riflette con la frenata storica dell’inflazione. La tesi di Bernanke in sostanza si regge sulla legge fisica secondo la quale ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Ricorda che i paesi emergenti, Cina ed India soprattutto, accumulano grandi avanzi nei conti con l’estero, e che queste risorse attive debbono essere bilanciate inevitabilmente dai crescenti disavanzi nei conti americani.
Tutto ciò suona a parziale assoluzione dell’America che spende al di sopra dei propri mezzi. Ma vuol dire anche che l’enorme liquidità presente nel mondo non influenza il trend dei prezzi, che almeno per quanto riguarda l’inflazione core nelle principali aree mondiali non mostra tensioni apprezzabili. La rilevata neutralità dell’abbondante liquidità sulla sorte dei prezzi dei prodotti, non volatili, è un importante segnale che il mondo ha cambiato pagina e che la minaccia della deflazione è davvero dietro la porta. Ne consegue che, secondo questa lettura, la giostra dei tassi USA saliti di un quarto di punto per quattordici volte consecutive, è stato almeno in parte necessaria per frenare – come sta frenando – la possibile bolla dei prezzi sul mercato immobiliare, trascinata dal fenomeno della “global saving glut”.
In conclusione, sembra di poter dire che l’attenzione a quello che succederà il 28 marzo, quando debutterà la prima riunione Federal Reserve dell’era Bernanke, sembra eccessiva. Il ciclo dei tassi al rialzo si va ormai esaurendo e eventuali colpi di coda finali non destano preoccupazioni.